Regionali: pagelle ai candidati e analisi del voto

14/02/2019

(di Dario Sulpizio)
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione

AVVERTENZE AI LETTORI DA PARTE DELL'AUTORE
Parlo di politica fin dai 16 anni (ne ho 29), dai 18 sono nei seggi e da cinque faccio il presidente di seggio. Insomma, il voto lo vedo, sia nei volti che nelle schede che assegno. Allora ho deciso di dare "i voti" ai candidati. La prima parte è il contenuto di un mio post su Facebook, letto dagli amici di "66026ilblog", che non sapendo a cosa andavano incontro, mi hanno chiesto di fare una "analisi del voto" (prendetevela con loro!). Allora ho "venduto" loro la seconda parte, ovviamente per un panino con la porchetta, vero e compianto assente di queste elezioni. Forse vi starete chiedendo: “porchetta di Ariccia o Abruzzese?”. Abruzzese, perché tanto quella di Ariccia la mangeremo insieme per cinque anni, ma questo già lo sapete. Buona lettura!

 

PARTE I: LE PAGELLE AI CANDIDATI PRESIDENTE

 

PRES. MARSILIO, VOTO 6. "VENI, VIDI, VICI" (MA NON FECI).
Governatore Provinciale Romano (figura dell'antica Roma), tappo in bocca e mani legate, si limita al compito, a non danneggiare il tour di Salvini che col 28% lo incorona senza esercito e controllo. Forza Italia perde ancora, sotto il 10%, ma tanto non c'è vita senza il Matteo di turno. Sarà il leitmotiv di un mandato spinoso. Conte bis.

 

LEGNINI, VOTO 9. DEFIBRILLATORE MANUALE.
Neanche un semiautomatico avrebbe notato quelle piccole aritmie nel centrosinistra, eppure il roccolano, certo aiutato dagli avversari, compie il miracolo del fumo ed è l'unico a metterci del suo: un 32% insperato, mix della sua immagine personale e di un fiume di kamikaze che spaccano il voto, al punto da eleggere solo 5 consiglieri. No, per il Pd non ci sono speranze, il malato è terminale e non era su quel simbolo che si puntava l'incasso. Zemaniano, si vede la mano dell'allenatore.

 

MARCOZZI, VOTO -3. PIAGA D'EGITTO: INVASIONE DI "PANDA".
Marcocci/Fantocci/Fantozzi... Il suo disastro biblico parte nei 5 anni precedenti, di Consiglio e controllo del Partito. Ma sarò buono. Voto -3 come i mesi di vantaggio rispetto agli avversari. Chiama due spin doctor dal Nord per raccogliere il risultato peggiore che ricordi. Forse era meglio candidarli, come Marsilio. L'unica mossa dei guru del disastro è di rendere il trattore-M5s una scadente utilitaria, appunto, le Panda usate dai candidati. Se ci sono dubbi, le dichiarazioni post-voto spiegano il tracollo: Borghezio ubriaco avrebbe mostrato maggiore dignità, competenza ed analisi politica. Movimento 5 Supernova.


PARTE II: ANALISI DEL VOTO

PREMESSA

L’elezione di D’Alfonso a senatore, ampiamente prevista, generò un voto anticipato di soli tre mesi, eppure, un anno fa, mandò tutti in bambola. Il centrodestra, in un momento storico di crisi di qualità e quantità di uomini, non riusciva ad individuare un candidato del territorio, tanto erano forti le lotte interne. Era consapevole di essere in vantaggio (ma per merito della Lega), grazie ad un Governo D’Alfonsiano percepito malissimo dagli Abruzzesi. Il centrosinistra, stretto nella morsa di una situazione nazionale di crisi, e con un territorio assuefatto a quel D’Alfonso ormai tossico (saggia e logica la scelta di non farlo né parlare né vedere in questi tre mesi) non ha potuto che decidere di affidarsi ad una idea folle, l’all-in: Giovanni Legnini, il Vicepresidente del Csm, in scadenza. Il Movimento 5 Stelle aveva avuto, invece, cinque anni per prepararsi, e veniva da un periodo ascendente tale da non far mai accendere il campanello su una struttura territoriale impreparata, giovane, "colpevole" di un consenso in rapida ascesa, con un progetto politico focalizzato sul Parlamento e che mai ha voluto strutturare i territori: in fondo, tutto andava bene. "Il governo perdeva consenso? Bugiardi". Insomma, erano passati solo quattro anni da quelle elezioni che si basarono su nomi, territori, volti, dando poco peso ai simboli, che incoronarono D’Alfonso con grande anticipo ed entusiasmo. Eppure, tutte le condizioni per un voto inverso, squisitamente politico ed ideologico, erano sul campo.

 

LE STRATEGIE

I primi ad uscire sono i pentastellati, a settembre. Il voto su Rousseau e la rinuncia di Pettinari incoronano di nuovo Sara Marcozzi. Poi il vuoto, inspiegabile, sordo: si deve attendere solo dicembre per qualche dichiarazione ed addirittura gennaio per i nomi dei candidati consiglieri. Tre mesi regalati agli avversari in difficoltà, primo errore fatale. Quindi l’accelerata da Roma: si punta tutto sull’immagine del Governo credendola forte, secondo e fatale errore. Per di più la Marcozzi è l’unica candidata con cinque anni di amministrazione regionale alle spalle (i due avversari venivano da esperienze romane, Csm e Parlamento) ma viene mandata su tutte le Tv nazionali a parlare di temi nazionali. Quindi il Consiglio dei Ministri pentastellato praticamente si trasferisce in Abruzzo. Se qualcosa di giusto viene fatto, è sempre troppo tardi: preoccuparsi sempre quando il nemico tace. E lasciare con arroganza e superbia tre mesi a Legnini è un "harakiri". Le bizze di Antonio Luciani sono un diversivo perfetto, il silenzio della Marcozzi un regalo insperato (l’elettorato a Cinque stelle è quello su cui volevano ed hanno banchettato Legnini e Salvini). Il buon Giovanni ha due obiettivi difficili: ritrovare la verginità politica e costruire un progetto apparentemente senza Pd, di uomini e non di simboli. In sei mesi l’ex Ds manda in lacrime il Partito Democratico che disperato lo rincorre; sgancia la sua immagine dallo stesso; fa dimenticare di essere un dinosauro della politica; trova 232 candidati suicida da incantare con un sogno di nuova politica. A Dicembre il progetto è pronto, via il telo, ma funzionerà solo se ci sarà la vittoria, quella che anche il centrodestra sembra far sperare. I veti incrociati, le lotte tra Pagano, Febbo e Di Stefano buttano in un pantano qualsiasi idea. Poi, all’improvviso, l’alt! da Roma: tutto deciso, l'Abruzzo viene spartito nel pacchetto delle Regioni al voto in primavera. Il nome arriva dalla Capitale, una sorta di commissariamento della coalizione, e al diavolo se in Parlamento i tre partiti riescono ad avere tre posizioni diverse. Ognuno tirerà al suo mulino: Berlusconi rianimerà i cuori moderati, Salvini come nulla fosse continuerà con la sua dirompente ed accesa campagna di comunicazione, senza mai salire sul palco con gli alleati. Marsilio? Parli quando interpellato e lasci fare.

 

I RISULTATI: “HO PAURA DEL BERLUSCONI IN ME” (I.Montanelli)

Le urne ci restituiscono allora un dato quasi banale: i cittadini continuano nella scelta di una politica mordi e fuggi. Dopo Berlusconi, tralasciando la parentesi Bersani, il leaderismo sfrenato l’ha fatta da padrone: Grillo, Renzi, Di Maio, Salvini. La politica non comunica contenuti, ma contiene solo comunicazione. Il risultato è che l’elettorato dà un'occasione a chi urla meglio in quel momento: “sfruttala o muori”. L'elettorato non guarda neanche come ci si comporta (la Lega, di rottura, in coalizione con Forza Italia, dice nulla?). E non ci sono seconde occasioni: se hai eletto rappresentanti e non ti sei mosso, sei fuori (sì, penso al M5s: Pettinari, l’unico a sbattersi sul territorio, tra processi con D’Alfonso, blitz nei bassifondi pescaresi ed Ospedali, testimonia al contempo che basta poco per essere i migliori d’Abruzzo).


Ecco quindi che in Abruzzo l’elemento di novità sembra portarlo Legnini, che ruba voti al M5s, che paga l’assenza di candidati forti e di struttura, accentuando così il trend negativo nazionale di Di Maio e soci. Legnini, inoltre, con le sue otto liste, riesce ad ottenere un 32% insperato, ricordandoci che il volto più istituzionale è il suo (il suo faccione guadagna 12mila voti rispetto alle sue liste). Un miracolo insperato quanto inutile, però.

 

Il centrodestra si ritrova invece a stravincere con numeri inattesi... No! Forza Italia perde ancora, Fratelli d'Italia, anche se trainata dal Presidente, arriva ad un 6% in linea con i soliti numeri. Chi vince è la Lega, anzi, Salvini, guardando il numero di schede senza preferenze. Il buon Matteo incanta tutti, partito con una valigia di speranze sul finire degli anni ‘90, quando la Lega sembrava morta, la prende e la esporta in tutta Italia.

IL FUTURO

Il M5S, grazie ai giochi della legge elettorale, elegge ben sette candidati, di cui tre solo in Provincia di Chieti. L’aria che tira, le dichiarazioni dei parlamentari, fanno pensare ad una durissima resa dei conti in cui Sara Marcozzi ed i vertici romani (o milanesi) non godranno di "pietas" cristiana. Il nuovo leader, seppur all’ultimo mandato, si appresta ad essere Pettinari, anche contro la sua volontà. Saranno cinque anni di opposizione difficile per i Cinque Stelle, sofferti se non si deciderà di creare qualcosa sul territorio. E queste elezioni hanno creato danni ingenti al Governo, al MoVimento, ma soprattutto agli attivisti, ora in crisi di identità.

 

Il Centro-sinistra? Non esiste. Il progetto-Legnini era un "all-in", vincere o morire. Le 8 liste ne sono la testimonianza. In più, i 5 eletti rappresentano il passato, la vecchia Giunta regionale di D’Alfonso. Il Pd prende un 11% in linea con il trend da malato terminale che vediamo da mesi. Tutto rimandato. C’è però del romanticismo: si torneranno a vedere Legnini e Paolucci insieme, dopo che il secondo era stato il delfino del primo, per poi diventare fedelissimo del Senatore di Manoppello. Ma certo, il buon Giovanni, passato da Vice del Csm a capogruppo di opposizione, sembra aver esaurito la sua carriera politica, probabilmente si dedicherà a ricostituire quella rete-Ds che una volta dettava legge nel Pd. Paolucci e Mariani invece saranno i due leader in lotta.

Per Marsilio invece cominciano i guai: 10 consiglieri per Salvini, colui che ha deciso di regalargli una poltrona, 1 consigliere che aveva dichiarato di mettere alla porta, quella Marianna Scoccia, moglie di Gerosolimo, eletta con l’UdC. Dall’altro lato Sospiri e Febbo, due vecchi volponi del territorio, dall’incazzatura facile. La sua Roma-L’Aquila mattutina sarà tempestata di problemi politici ed audioguide alla scoperta dell’Abruzzo.

 

POSTILLA FINALE

La crisi di rappresentatività è allarmante. Da un lato il 50% di astensione, persone evidentemente insoddisfatte dalle due proposte storiche e, forse, spaccate da un M5s che da sempre ha polarizzato l’opinione: chi lo ama e chi lo odia, chi ne gradirebbe l’intento ma non i modi. Ed è per questo sta rappresentando l’ennesimo fallimento di contenitore dei delusi. Dall’altro lato una politica che degrada e scompare sull’altare della comunicazione, mutuandone i tempi televisivi: non è difficile credere che tra due anni o meno i partiti attuali avranno percentuali abissalmente diverse, magari qualcuno scomparirà, magari Di Maio e Salvini faranno la fine di Renzi. Ecco allora che il Consiglio Regionale sarà specchio di partiti e sentimenti popolari che non esistono già più, un'assenza di rappresentatività totale. Fenomeno che una volta si verificava solo a pochi mesi dalla scadenza del mandato. Basti pensare che già oggi, se si votasse per il Parlamento, i ruoli tra Lega ed M5S sarebbero invertiti. Dunque, si avanza verso altre Regionali e verso nuove elezioni Europee, che non potranno che consacrare quanto accaduto in Abruzzo. I partiti che vivranno, vedranno.


 

 

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